"Predatori del mondo intero unitevi! Adesso che mancano terre alla vostra sete di totale devastazione, andate a frugare anche il mare: avidi se il nemico e' ricco, arroganti se e' povero, voi siete gente che ne l'oriente ne l'occidente possono saziare; voi soli bramate possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubate, massacrate, rapinate e, con falso nome, chiamatelo impero; infine, dove fate il deserto, dite che è la pace".



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giovedì, gennaio 14, 2010

Penetrante sguardo dell'altro



Regia: Vicente Aranda
Sceneggiatura: Álvaro del Amo 
da un racconto di Fernando G.Delgado

Fotografia: Flavio Martínez Labiano a.e.c.
Musica: José Nieto
Interpreti: Laura Morante, José Coronado, Miguel Ángel García
Juanjo Puigcorbé, Sancho Gracia, Blanca Apilanez,
Alonso Caparrós, Miguel Bosé, Ana Obregón.
Formato: 35 mm.
Durata: 97´
Provenienza: Spagna
Anno: 1997
Apparso alla Berlinale e in programma a Cannes

 Arrapante, morbosa, viziosa, calpestata, umiliata, vinta. Sono alcuni degli aggettivi che si sprecano nel film di Aranda per descrivere la figura di una donna presa nel vortice dell´eterna dicotomia vittima/carnefice, trasposta all´interno di una personalità multipla femminile; una mantide, che per riconoscere un proprio ruolo, poi risolto affrettatamente con una maternità, si affida alle confessioni di un diario virtuale, freddissimo e nient´affatto erotico e tantomeno sensuale, nonostante che vedere in faccia l´animale che si porta dentro (come da un´intervista rilasciata da Laura Morante, capace di mediare l´eccesso di provocazione arcaica, proveniente forse dal romanzo) sia l´obiettivo della donna emancipata senza paura del proprio desiderio. Ciò rende più interessante il film, perché riesce a trattare l´argomento senza indulgere a concessioni al voyeurismo del pubblico, né descrivendo false passioni; pur fondando il senso della pellicola sullo sguardo chiamato dalla protagonista stessa a spiare il proprio intimo, non meno del proprio corpo
Questa è la componente più innovativa: a tratti i pensieri della donna sono affidati quasi in modo ventriloquo al "gufo", la macchina giapponese che compila senza metodo un "maledetto diario", come si dice nel prologo, esternato con voce off per rimanere in tema di confessione fuori campo. Le sequenze si dipanano tra intuizioni talvolta piacevoli, come la lunga sequenza in cui Begoña respinge le avances del capo tacendo, ma proponendo le proprie stilettate attraverso l´immagine che il gufo ritrasmette direttamente dai suoi pensieri, diventando un´anima sintetica (quella che a lei è negata), ben diversa dallo specchio che restituisce movimenti opposti e quindi non le serve per scrutarsi, come invece fa il "gufo" a cominciare con il corpo, che "non è un pianeta remoto, a me sconosciuto, ma colonizzato dai miei amanti"; mentre risultano fastidiose altre più ingenue caratterizzazioni, quali possono essere la eterna manica sinistra lasciata distrattamente scivolare giù a mostrare una spalla (ridicolaggine indisponente), o la macchietta del pervertito magnaccia, emanazione del male, degno di un´operetta da due soldi, come anche lo stereotipo di orgia da malebolge, in cui sembra immergersi come per un rito sacrificale la donna inquieta ed esacerbata, che riversa nella sfrenata pratica sessuale la ricerca di un´uscita da una condizione di amara insoddisfazione, nonostante -o forse a causa di- una condizione di privilegio economico, che pare accomunare tutti i personaggi dotati di auto e moto potenti e costose, appartamenti da sogno, arredati con oggetti di design raffinato.




Un aspetto poco apprezzabile è il tentativo di far somigliare il plot ad una terapia psicanalitica senza in realtà attenersi al dettato di queste pratiche: in questo sarebbe aiutata dalle caratteristiche del gufo, che concentra immagine, suono, parola scritta, una commistione altamente esplosiva per ottenere l´intento enunciato all´inizio da Begoña, esperta di statistiche (cioè da una donna che dovrebbe scardinare i segreti altrui): "Non voglio conoscermi, voglio essere conosciuta". E questo le riuscirà di ottenerlo: a partire dal verdetto iniziale al pranzo di Natale, secondo il quale nelle parole della sorella (ex irreconciliata con una famiglia da opus dei) il ribelle è un malato. La crescita del suo personaggio attraverso l´inferno della sodomizzazione la condurrà a conseguire una parvenza di pace, sotto la cui apparente calma scalpita l´irrequietezza, che la porterà a mettere alla prova un´ennesima volta il giovanissimo marito Daniel. Ma alla fine acquisirà la consapevolezza di essere votata alla solitudine, e persino Elio, che l´accetterebbe reduce da qualsiasi perversione, comprende la sua difficoltà a vivere con altri, perché ella diventa consapevole che lo sguardo superficiale e diffidente degli altri rischia di rendere volgare la sua libertà di comportamenti.


E proprio l´epilogo dà l´impressione di essere raffazzonato e poco credibile, visti i precedenti episodi: il riso irrefrenabile e nervoso durante la cerimonia laica del matrimonio, la lucida diagnosi dei devoti e orribili familiari ("quelli non si sentono in colpa, credono di essere addirittura loro a perdonarmi"), le provocazioni e l´atteggiamento disinibito durante la festa di Santiago (a Miguel Bosé in un ruolo cammeo è affidata la battuta migliore del film: "È bella la nostalgia di ciò che non è mai accaduto"), non sembrano consentire una evoluzione del personaggio come quella proposta. Invece è pregevole il fatto che, come fin dall´inizio tutto sembra debba passare attraverso il corpo, così alla fine proprio attraverso la completa immersione del corpo nella passione più irrefrenabile e la duplicazione delle azioni carnali eseguite dal suo corpo giunge attraverso quelle immagini proposte ai suoi due amanti più importanti (e dunque attraverso i loro sguardi) a risultare consapevole di sé. Un po´ come il mito di Atteone e Diana, rivisitato da Klossowski: tramite lo sguardo di Atteone, la nudità di Diana, pur preservandosi intatta e pura ("innocente", dice di sé Begoña), viene a conoscenza del turbamento amoroso senza contaminarsi; allo stesso modo anche Begoña dalle reazioni dei due uomini alle immagini proposte dal gufo (uno squid meno coinvolgente e innovativo di Strange Days) trova una pacificazione nel riconoscimento della sua natura e si mantiene pura grazie soprattutto alla volontà di vivere fino in fondo il desiderio del suo corpo. E questo messaggio si poteva indovinare nella prolessi, che la ritrae alle prese col suo primo amante, ormai sessantacinquenne, che la idolatra nel quadro vecchio di vent'anni, al quale viene demandato il compito di fissare il momento in cui offrì la sua verginità alla passione: decisamente barocca l´inquadratura del dipinto incorniciato da candele, ma abbastanza efficace nel tentativo di comunicare il messaggio che Aranda ripete forse un po´ troppe volte: l´icona della bellezza può intrappolare una sana sessualità: infatti gli unici momenti in cui si narra un orgasmo goduto a pieno sono quelli nel ricordo di Elio, che ritorna indietro di anni per ritrovare il "vulcano " di sesso sregolato e libero che era Begoña.

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