"Predatori del mondo intero unitevi! Adesso che mancano terre alla vostra sete di totale devastazione, andate a frugare anche il mare: avidi se il nemico e' ricco, arroganti se e' povero, voi siete gente che ne l'oriente ne l'occidente possono saziare; voi soli bramate possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubate, massacrate, rapinate e, con falso nome, chiamatelo impero; infine, dove fate il deserto, dite che è la pace".



......



lunedì, giugno 28, 2010

Ada

Non so perchè ma si chiama Ada .

Si chiama Ada. Già, Ada.
È sdraiata nel grande letto di legno scuro e se lo ripete mentalmente. Fa rimbalzare in testa tutta fiera quel monosillabo veloce.
Quando sei vecchio nulla è più tuo, questo lo sa da tempo. Quando hai novantasette anni delle cose non te ne frega più niente da un pezzo, di quelle che durano nel tempo menchemeno. Sarà per questo che fa comprare a Mina, la badante filippina, solo tovaglioli e piatti di carta, nonostante i cassetti siano pieni di fiandra e lino ricamato. Si fa schiacciare la mela e la raschia con le posate di plastica PET, dimenticandosi del rumore che produce il metallo sulla ceramica.
È uno dei tanti addii che fa al mondo di anno in anno, senza chiedersi troppo il perché.
All'inizio Mina le è stata imposta dalle figlie. La straniera in casa sua che, l'aiuta ad andare in bagno e le pulisce la bocca quando si sbrodola.
Eppure non è un'umiliazione, si dice. È più umiliante che gli altri lo trovino penoso ma te lo infliggano ugualmente. Come a sottolineare che ci stai mettendo troppo a morire.
Ada sorride nell'oscurità della sua camera.
La vecchia con la pelle dura come i suoi occhi azzurri.
Ada, Ada, Ada, Ada...
Quando sei vecchio nulla è più tuo. Eppure da quando Mina le fa compagnia lei si è riappropriata del suo bel nome, breve ma ampio, che è rimasto sepolto per anni sotto interscambiabili mamma, nonna, bisnonna, signora.
Senti come suona bene: Ada, Ada, Ada.. Così la chiama Mina quando parlano insieme.
Ada va a letto sempre più presto. Non ha sonno, ma l'idea di alzarsi finalmente dalla sedia e dirigersi in camera le dà un piccolo brivido. Molto più delle visite che le fanno figlie e nipoti. È il suo inconfessabile segreto.
Quello che è successo alla sua schiena, quel piegarsi ad arco fino a guardarsi l'addome quando cerca di stare in piedi, è quello che succede pian piano dentro di lei. I vecchi non pensano alla morte. I vecchi cominciano a conoscerla. I vecchi come Ada vogliono ripiegarsi su se stessi, ritrovarsi un po', stare compatti su quello che è rimasto loro.
Ada va a letto quando Mina sta ancora guardando il TG delle otto. La voce del cronista s'infila nella camera con il pavimento di graniglia, l'odore di naftalina e il posto di Nino, il marito di Ada, sempre intatto e inamidato da quasi vent'anni, da quando la morte se l'è preso così all'improvviso tra le lenzuola del corredo.
C'è la rivolta dei tibetani, la monnezza di Napoli, quell'affare dell'Alitalia: oltre la porta c'è il mondo che infila un passo dopo l'altro.
C'è, ma e in un'altra stanza.
Ada, Ada, Ada, Ada...
Quando le luci si spengono nel resto della casa, lei si concentra sui fari che arrivano dalla strada. Attraverso le tapparelle conta le macchine che passano sul grande vialone per addormentarsi.
Due, tre... quattro.
Una lieve agitazione l'assale perché Mina ha comprato due chili di mele acerbe. Due chili. Quando li ha tirati fuori dal sacchetto si e sentita avvampare e ha distolto lo sguardo.
Poi allunga la mano verso il posto del suo Nino e pensa a quanto tempo è passato e chissà se la riconoscerà. Sì, chissà.
Quel pensiero ha un sapore lontano che ancora punge come uno spillo e lei come ogni notte ha trent'anni ed è sfollata insieme alle tre figlie. Suo marito non c'è: dopo l'armistizio ha preso i sentieri delle montagne e ha raggiunto i partigiani. Non sa più nulla di lui. Ma sa che l'ha fatto per impulso, ancor prima che per ideologia.
Per seguire l'istinto plantare a farsi tirare dove non sa.
Ada non ama immaginarsi il futuro, fare congetture, lei è tagliata nella pietra ligure e conosce solo la certezza delle onde. Il dolore corrode la faccia, ma il corpo, le mani e gli occhi rimangono fermi, senza tremori.
Poi le immagini si susseguono come tutte le notti.
Come in un film.
C'è lei che per sbaglio va in una farmacia diversa dalla solita perché quella in centro e chiusa per lutto, eppure il farmacista sembra conoscerla, la porta nel retrobottega per darle una ricetta di cui non sa niente e le dice che Nino è oltre confine. Che l'hanno preso e lo hanno torturato, che gli hanno forato i timpani, già che era lì con quella faccia da contadino a far finta di non sentire le domande che gli facevano.
l dolore si mischia insieme alla gioia nell'addome, facendo un vortice che risucchia in basso le budella e Ada capisce, notte dopo notte, che la memoria, quella vera, ce l'ha il corpo. Quel corpo vecchio che non è più tuo, che non risponde più, ma che rimane attaccato ai momenti della vita e cela le mappe delle tue emozioni.
Spilli e vuoti che riafferri come il corrimano delle scale mobili.
Ada tenta di mettersi su un fianco, quando suonano alla porta. Un trillo roco, e lei corre ad aprire. C'è un tizio magro, brutto e sporco. No, non abbiamo bisogno di niente, gli dice. Niente. È sua madre che la scosta, apre di nuovo e cade in ginocchio mettendosi a piangere, che quello lì con gli occhi selvatici è Nino, che se l'è fatta a piedi. Nino, che sua moglie non ha riconosciuto.
Di nuovo il corpo si ricorda. È fitte, formicolii. È un tonfo.
Ecco la dodicesima macchina. D'estate il tempo prima di assopirsi si allunga: può contare sul passaggio di poche automobili. Le famiglie sono già in villeggiatura.
Ada lo sa. L'attimo che il suo corpo cerca ormai ogni notte è ancora lontano. Le bestie sono bestie, pensa. Come diceva sempre sua madre e prima di lei sua nonna. Anche quella frase è un appuntamento notturno, perché l'immagine di suo marito sulla soglia è tutt'uno con quella del gatto scappato dalla casa di Oneglia, casa che nella testa è la stessa della sua maturità, anche se era tutta diversa e lei aveva solo dieci anni. Le piacciono i cortocircuiti della mente, tanto le sembrano un regalo del tempo, che a rinfilare sempre gli stessi pensieri ti mostrano percorsi nuovi. E anche lì, quando l'estate seguente il gatto Bianchino si era ripresentato miagolando al cancello, le era parso così brutto e nero e selvatico che manco lo aveva riconosciuto.
Neanche quella volta.

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